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historia nugae

pericle

Pericle di Santippo, personaggio che a quei tempi era il primo degli Ateniesi, uomo di grandi capacità nella parola e nell’azione […]

Tucidide, Le storie, 1.139.4 (trad. di Guido Donini)

Ne era motivo il fatto che Pericle, potente per dignità e per senno, dominava il popolo senza limitarne la libertà, e non era da lui condotto più di quanto egli stesso non lo conducesse, poiché Pericle non parlava per lusingarlo, come avrebbe fatto se avesse ottenuto il potere con mezzi illeciti, ma lo contraddiceva anche sotto l’influsso dell’ora, avendo ottenuto il potere per suo merito personale. [9] Quando li vedeva inopportunamente audaci per tracotanza, con la parola li riduceva al timore, mentre quando erano irragionevolmente spaventati li rimetteva in condizione di aver coraggio. Vi era così ad Atene una democrazia, ma di fatto un potere affidato al primo cittadino. [10] I successori, invece, che più, di lui erano uguali tra loro, e che tendevano ognuno a primeggiare, si misero ad affidare al popolo anche il governo dello Stato, per fargli piacere.

Tucidide, Le storie, 2.65.8-10 (trad. di Guido Donini)

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psicopotere

Viviamo una fase storica particolare, in cui la stessa libertà genera costrizioni. La libertà di potere (Können) produce persino piú vincoli del dovere (Sollen) disciplinare, che esprime obblighi e divieti. Il dovere ha un limite: il potere, invece, non ne ha. Perciò, la costrizione che deriva dal potere è illimitata e con ciò ci ritroviamo in una situazione paradossale. La libertà è, nei fatti, l’antagonista della costrizione, essere liberi significa essere liberi da costrizioni. Al momento, questa libertà – che dovrebbe essere il contrario della costrizione – genera essa stessa costrizioni. Disturbi psichici come depressione e burnout sono espressione di una profonda crisi della libertà: sono indicatori patologici del fatto che spesso oggi essa si rovescia in costrizione.

Il soggetto di prestazione, che si crede libero, è in realtà un servo: è un servo assoluto nella misura in cui sfrutta se stesso senza un padrone. Nessun padrone lo fronteggia e lo costringe a lavorare. Il soggetto assolutizza la nuda vita e lavora.

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Il neoliberalismo è un sistema molto efficace nello sfruttare la libertà, intelligente perfino: viene sfruttato tutto ciò che rientra nelle pratiche e nelle forme espressive della libertà, come l’emozione, il gioco e la comunicazione. Sfruttare qualcuno contro la sua volontà non è efficace: nel caso dello sfruttamento da parte di altri il rendimento è assai basso. Soltanto lo sfruttamento della libertà raggiunge il massimo rendimento.

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Nel regime neoliberale dell’autosfruttamento, l’aggressione si rivolge, invece, contro noi stessi: quest’aggressività indirizzata contro se stessi non rende gli sfruttati dei rivoluzionari, bensí dei soggetti depressi.

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I detenuti del panottico benthamiano venivano isolati l’uno dall’altro allo scopo di imporre una disciplina e non potevano parlare tra loro. Gli abitanti del panottico digitale, al contrario, comunicano intensamente l’uno con l’altro e si denudano volontariamente. Contribuiscono cosí, in modo attivo, alla costruzione del panottico digitale. La società del controllo digitale fa un uso massiccio della libertà: essa è possibile soltanto grazie all’autoesposizione, all’autodenudamento volontari. Il Grande Fratello digitale esternalizza, per cosí dire, il suo lavoro ai detenuti. Cosí, la divulgazione dei dati non avviene in modo costrittivo, ma risponde a un bisogno interiore: in ciò consiste l’efficacia del panottico digitale.

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Il neoliberalismo fa del cittadino un consumatore. La libertà del cittadino cede alla passività del consumatore. L’elettore in quanto consumatore non ha, oggi, alcun reale interesse per la politica, per la costruzione attiva della comunità. Non è disposto a un comune agire politico e neppure ne è capace: reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotti o a servizi che non gli piacciono. Anche i politici e i partiti seguono la logica del consumo: devono fornire. Perciò, si presentano essi stessi come fornitori, che devono soddisfare gli elettori intesi come consumatori o clienti. […] La partecipazione avviene come reclamo e lamentela: la società della trasparenza, popolata da spettatori e consumatori, dà vita a una democrazia degli spettatori.

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Il potere basato sulla violenza non rappresenta il potere massimo: anche solo il fatto che si costituisca una volontà contrapposta a chi lo detiene, è un indice della debolezza del suo potere. Proprio là dove non viene tematizzato, il potere è indiscusso; piú grande è il potere, piú silenziosamente agisce. Esso accade, senza bisogno di segnalarsi in modo clamoroso. […] Quel potere disciplinare che, con un grande dispendio di forze e in modo violento, costringe gli uomini in un busto di ordini e divieti è inefficace: assai piú efficace è la tecnica di potere che fa sí che gli uomini si sottomettano da sé al rapporto di potere. Questa tecnica vuole rendere attivi, motivare e ottimizzare, e non impedire o reprimere. La sua particolare efficacia deriva perciò dall’agire non per mezzo di divieti ed esclusioni, ma attraverso piacere e soddisfazione. Invece di rendere docili gli uomini, cerca di renderli dipendenti.

Il potere intelligente, benevolo non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma la guida secondo il proprio profitto. Esso è piú affermativo che negativo, piú seduttivo che repressivo. Si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle. Seduce, invece di proibire. Piú che opporsi al soggetto, gli va incontro.

Il potere intelligente si plasma sulla psiche, invece di disciplinarla o di sottoporla a obblighi o divieti. Non ci impone alcun silenzio. Piuttosto, ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni, desideri o preferenze, e a raccontare la nostra vita. Questo potere intelligente è, per cosí dire, piú potente del potere repressivo. Si sottrae a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. La libera scelta viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte.

Il potere intelligente, dall’aspetto liberale, benevolo, che invoglia e seduce, è piú efficace del potere che ordina, minaccia e prescrive. Il like è il suo segno: mentre consumiamo e comunichiamo, anzi mentre clicchiamo like, ci sottomettiamo al rapporto di dominio. Il neoliberalismo è il capitalismo del like e si distingue nella sostanza dal capitalismo del XIX secolo, che operava mediante obblighi e divieti disciplinari.

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Come forma di sviluppo ulteriore, anzi come forma di mutazione del capitalismo, il neoliberalismo non si interessa in prima istanza di ciò che è biologico, somatico, corporale: piuttosto, esso scopre la psiche come forza produttiva. Questa conversione alla psiche, e di conseguenza alla psicopolitica, dipende anch’essa dalla forma di produzione dell’odierno capitalismo, poiché quest’ultimo è determinato da forme di produzione immateriali e incorporee. Non vengono prodotti oggetti materiali, ma immateriali, come informazioni e programmi. […] Oggi, il corpo è congedato dal processo di produzione diretta e diventa oggetto di ottimizzazione estetica o tecnico-sanitaria. Cosí, l’intervento ortopedico lascia il passo a quello estetico. Il “corpo docile” foucaultiano non ha piú spazio, ormai, nel processo di produzione: al posto dell’ortopedia disciplinare subentrano chirurgia estetica e centri fitness.

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L’elettroshock deve la sua efficacia alla paralisi e all’annichilimento dei contenuti psichici: il suo tratto essenziale è la negatività. La psicopolitica neoliberale, invece, è dominata dalla positività. Lavora non con minacce negative, ma con stimoli positivi. Non ricorre ad alcuna “medicina amara”, ma al like. Lusinga l’anima, invece di sconvolgerla e paralizzarla mediante shock. Seduce l’anima che la precede, invece di opporsi a essa. Ne protocolla scrupolosamente i desideri, i bisogni e le voglie, invece di “deformarla”.

[…]

La tecnica di potere del regime neoliberale non è proibitiva, protettiva o repressiva, bensí prospettiva, permissiva e proiettiva. Il consumo non viene represso ma massimizzato. Non si produce alcuna mancanza, bensí un’abbondanza, anzi un eccesso di positività: siamo tutti sollecitati a comunicare e a consumare.

[…]

La tecnica di potere del regime neoliberale non è proibitiva, protettiva o repressiva, bensí prospettiva, permissiva e proiettiva. Il consumo non viene represso ma massimizzato. Non si produce alcuna mancanza, bensí un’abbondanza, anzi un eccesso di positività: siamo tutti sollecitati a comunicare e a consumare.

[…]

La psicopolitica digitale, invece, è in grado di intervenire previdentemente nei processi psichici. Essa è, se possibile, piú veloce della volontà libera: per questo è in grado di superarla. Ciò significherebbe, però, la fine della libertà.

Byung-Chul Han, Psicopolitica

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rousseau: atene o sparta?

Dimenticherò forse che nel seno stesso della Grecia si vide elevarsi quella città, celebre per la sua felice ignoranza non meno che per la saggezza delle sue leggi, quella repubblica di semidei piuttosto che di uomini, tanto le loro virtù sembravano superiori all’umanità? O Sparta, rampogna eterna alla vana dottrina! Mentre i vizi apportati dalle belle arti s’introducevano insieme in Atene, mentre un tiranno vi raccoglieva con tante cure le opere del principe dei poeti, tu cacciavi dalle tue mura, le arti e gli artisti, le scienze e gli scienziati.

Le vicende storiche segnarono tale differenza. Atene divenne il soggiorno della raffinatezza e del buon gusto, il paese degli oratori e dei filosofi: l’eleganza delle costruzioni vi corrispondeva a quella del linguaggio; vi si vedevan d’ogni parte marmi e tele animate dalle mani dei maestri più abili: da Atene uscirono quelle opere meravigliose, che serviran di modello in tutte le età corrotte. Il quadro di Sparta è meno brillante. «Là, dicevan gli altri popoli, gli uomini nascon virtuosi e l’aria stessa del paese sembra inspirar la virtù.» Non ci resta dei suoi abitanti che il ricordo dei loro atti eroici. Ma varran forse tali monumenti per noi meno che i marmi rari che Atene ci ha lasciati?

J. J. Rousseau, Discorsi sulle scienze e sulle arti, 1750

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la lettura

La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con le persone piú stimabili dei secoli passati, che ne sono stati gli autori, ed è anche una conversazione ben pensata in cui questi autori ci rivelano soltanto i pensieri migliori.

[…]

Conversare con persone di altri secoli è quasi come viaggiare. È bene sapere qualcosa dei costumi dei diversi popoli per giudicare i nostri in maniera piú sana, cosí da non pensare che tutto quello che è contrario ai nostri modi sia ridicolo e contrario alla ragione, come fa di solito chi non ha visto nulla. Ma quando si passa troppo tempo a viaggiare, si finisce per diventare stranieri nel proprio paese; e quando si è troppo curiosi delle pratiche dei secoli passati, si resta comunemente assai ignoranti di quelle del nostro.

R. Descartes, Discorso sul metodo, 1637

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conosci te stesso

Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. […] Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di più di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce.

La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura.

[…]

Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito. E tutto imparare senza perdere di vista lo scopo ultimo che è di meglio conoscere se stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso se stessi

Antonio Gramsci (firmato “Alfa Gamma”), «Socialismo e cultura», Il Grido del Popolo, 29 gennaio 1916

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determinismo e spirito d’iniziativa

La forma classica di questi passaggi dalla concezione del mondo alla norma pratica di condotta, mi pare quella per cui dalla predestinazione calvinistica sorge uno dei maggiori impulsi all’iniziativa pratica che si sia avuto nella storia mondiale. Così ogni altra forma di determinismo a un certo punto si è sviluppata in spirito di iniziativa e in tensione estrema di volontà collettiva.

A. Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 10 II, §28.

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l’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere

Io non so se possa essere imparziale chi scrive su questioni contemporanee, sieno esse politiche, o religiose, o sociali, od economiche. Io dubito che possa essere imparziale anche chi scrive su avvenimenti molto lontani da noi: la Rivoluzione francese, la Riforma protestante, le origini del Cristianesimo, la storia del Paradiso terrestre. Chi crede sinceramente di essere imparziale, non è troppo spesso che uno sciocco. Chi si proclama imparziale, è quasi sempre un mentitore senza scrupoli che cerca di ingannare il suo pubblico: lupo in veste d’agnello.

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo solamente essere intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse, e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.

G. Salvemini, Prefazione a Mussolini diplomatico, Editions contemporaines, 1932

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matematica nugae

nastro di Möbius

M. C. Escher, Moebius Strip II, 1963, xilografia colorata

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ombre platoniche

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letteratura nugae

scrittura e alienazione

Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la mia professionalità impassibile e mi vendico, anche; e con me vendico tanti, condannati come me a non esser altro, che una mano che gira una manovella.

L. Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925