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pace e sicurezza

Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”, allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.

San Paolo, I Tess., V

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le immense energie della storia

Commento di Ernst Bloch a proposito del lavoro sui passages: «La storia mostra il suo distintivo di Scotland-Yard». Fu nel corso di un colloquio in cui io esposi come questo lavoro – analogamente al metodo della fissione dell’atomo – liberi le immense energie della storia imprigionate nel «c’era una volta» della storiografia classica. La storia, che mostrava la cosa «come è stata veramente», è stata il più forte narcotico del secolo.

Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, in Id., Opere complete, cit., vol. IX, p. 518 [N 3, 4]

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diritto di morte e potere sulla vita

L’Occidente ha conosciuto a partire dall’età classica una trasformazione molto profonda di questi meccanismi del potere. Il “prelievo” tende a non esserne più la forma principale, ma solo un elemento fra altri che hanno funzioni d’incitazione, di rafforzamento, di controllo, di sorveglianza, di maggiorazione e di organizzazione delle forze che sottomette: un potere destinato a produrre delle forze, a farle crescere e ad ordinarle piuttosto che a bloccarle, a piegarle o a distruggerle. Il diritto di morte tenderà da questo momento in poi a spostarsi, o almeno ad appoggiarsi sulle esigenze di un potere che gestisce la vita ed a finalizzarsi a ciò che queste domandano. Questa morte, che si fondava sul diritto del sovrano di difendersi o di chiedere che lo si difenda, apparirà come l’altra faccia del diritto che ha il corpo sociale di assicurare la sua vita, di mantenerla o di svilupparla. Mai le guerre sono state tuttavia più sanguinose che dal XIX secolo in poi e, anche fatte le debite proporzioni, mai i regimi avevano praticato fino a quel momento sulle loro popolazioni simili olocausti. Ma questo formidabile potere di morte — ed è forse questo che gli dà una parte della sua forza e del cinismo con il quale ha portato così lontano i propri limiti — si presenta ora come il complemento di un potere che si esercita positivamente sulla vita, che incomincia a gestirla, a potenziarla, a moltiplicarla, ad esercitare su di essa controlli precisi e regolazioni d’insieme. Le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni ad uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere.

I massacri sono diventati vitali. Come gestori della vita e della sopravvivenza, dei corpi e della razza, tanti regimi hanno potuto condurre tante guerre, facendo uccidere tanti uomini. E attraverso un capovolgimento che permette di chiudere il cerchio, più la tecnologia delle guerre le ha fatte volgere alla distruzione esaustiva, più nei fatti la decisione che le apre e quella che le chiude si subordinano alla pura questione della sopravvivenza. La situazione atomica è oggi al punto d’arrivo di questo processo: il potere di esporre una popolazione ad una morte generale è l’altra faccia del potere di garantire ad un’altra il suo mantenimento nell’esistenza. Il principio: poter uccidere per poter vivere, che sorreggeva la tattica dei combattimenti, è diventato principio di strategia fra Stati; ma l’esistenza in questione non è più quella, giuridica, della sovranità, ma quella, biologica, di una popolazione. Se il genocidio è il sogno dei poteri moderni, non è per una riattivazione del vecchio diritto di uccidere; è perché il potere si colloca e si esercita a livello della vita, della specie, della razza e dei fenomeni massicci di popolazione.

Michel Foucault, La volonté de savoir, 1976

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capitalismo come religione

Walter Benjamin & Andy Warhol | Lapham's Quarterly

Nel capitalismo va individuata una religione; il capitalismo, cioè, serve essenzialmente all’appagamento delle stesse preoccupazioni, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. Dimostrare tale struttura religiosa del capitalismo – e non solo, come ritiene Weber, in quanto costruzione determinata in senso religioso, bensì in quanto fenomeno essenzialmente religioso – condurrebbe ancora oggi nella direzione sbagliata di una smisurata polemica universale. Non possiamo sbrogliare la rete in cui ci troviamo. In seguito, tuttavia, ne avremo una visione d’insieme.

Tre tratti di questa struttura religiosa del capitalismo sono però riconoscibili già nel presente. In primo luogo, il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia. L’utilitarismo acquisisce, da questo punto di vista, la sua coloritura religiosa. A questa concretizzazione del culto è connesso un secondo tratto del capitalismo: la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto sans [t]rêve et sans merci [“senza tregua e senza pietà”]. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante. Questo culto è in terzo luogo, al contempo, colpevolizzante e indebitante (verschuldend). Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non consente espiazione, bensì produce colpa e debito (verschuldend). Ed è qui che questo sistema religioso precipita in un movimento immane. Una terribile coscienza della colpa (Schuldbewuβtsein), che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale, per conficcarla nella coscienza e, infine e soprattutto, per coinvolgere in questa colpa il dio stesso e alla fine rendere lui stesso interessato all’espiazione.

Espiazione che tuttavia non va attesa dal culto stesso, e nemmeno dalla riforma di questa religione – che dovrebbe potersi reggere su qualcosa di saldo in essa – e neanche dal rinnegarla. È nell’essenza di questo movimento religioso – che è il capitalismo – resistere fino alla fine, fino alla finale e completa colpevolizzazione di Dio, al suo indebitamento, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo, in cui si arriva persino a sperare. In questo consiste l’aspetto storicamente inaudito del capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, bensì la sua frantumazione. L’estensione della disperazione a stato religioso del mondo è ciò da cui si attende la salvezza. La trascendenza di Dio è caduta. Ma egli non è morto, è incluso nel destino umano. Questo transito del pianeta Uomo per la casa della disperazione, nell’assoluta solitudine della sua orbita, è l’ethos che Nietzsche determina. Questo uomo è l’Übermensch, il primo che comincia consapevolmente a compiere la religione capitalistica. Il cui quarto tratto è che il suo Dio deve restare nascosto ed è permesso invocarlo soltanto allo Zenit della sua colpevolizzazione, del suo indebitamento. Il culto è celebrato al cospetto di una divinità immatura – ogni rappresentazione, ogni pensiero rivolto a essa viola il segreto della sua maturità.

Anche la teoria freudiana appartiene al dominio sacerdotale di questo culto. Essa è concepita interamente in modo capitalistico. Il rimosso, la rappresentazione peccaminosa, è – per una profonda analogia ancora da esaminare – il capitale, che grava di interessi l’inferno dell’inconscio.

Il tipo di pensiero religioso capitalistico si trova espresso grandiosamente nella filosofia di Nietzsche. L’idea dell’Übermensch disloca il “balzo” apocalittico non nell’inversione (Umkehr), nell’espiazione, nella purificazione, nella penitenza, bensì in un potenziamento apparentemente costante, ma che nell’ultimo tratto è dirompente e discontinuo. Pertanto, potenziamento e sviluppo nel senso del “non facit saltum” sono incompatibili. L’Übermensch è l’uomo storico giunto alla sua condizione senza inversione di rotta, cresciuto fino ad attraversare il cielo. Nietzsche ha anticipato questa deflagrazione del cielo per mezzo di un elemento umano potenziato, che (anche per Nietzsche) è e resta in termini religiosi colpevolizzazione. E più o meno lo stesso vale per Marx: il capitalismo che non si inverte diviene – con interessi e interessi composti che sono funzioni del debito (notare l’ambiguità demoniaca di questo concetto) – Socialismo.

Il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma.

Il capitalismo si è sviluppato in Occidente – come va dimostrato non soltanto per il calvinismo, ma anche per le altre correnti cristiane ortodosse – in modo parassitario sul cristianesimo, in modo tale che, alla fine, la storia di quest’ultimo è essenzialmente quella del suo parassita, il capitalismo.

Paragone tra, da un lato, le immagini sacre delle diverse religioni e, dall’altro, le banconote dei diversi Stati. Lo spirito che parla dall’ornamento delle banconote.

Capitalismo e diritto. Carattere pagano del diritto: Sorel, Réflexions sur la violence, p. 262.
Superamento del capitalismo mediante la migrazione: Unger, Politik und Metaphysik, p. 44.
Fuchs, Struktur der kapitalistischen Gesellschaft (o qualcosa di simile).
Max Weber, Ges. Aufsätze zur Religionssoziologie, 2 voll., 1919-1920.
Ernst Troeltsch, Die Soziallehren der chr. Kirchen und Gruppen (Ges. W. I, 1912).
Si vedano le indicazioni bibliografiche di Schönberg II.
Landauer, Aufruf zum Sozialismus, p. 144.

Le preoccupazioni: una malattia dello spirito propria dell’epoca capitalistica. Assenza spirituale (e non materiale) di via d’uscita nella povertà e nel monachesimo di vaganti e mendicanti. Una condizione che è talmente senza via d’uscita da essere colpevolizzante e indebitante. Le “preoccupazioni” sono l’indice di tale coscienza della colpa per l’assenza di via d’uscita. Le “preoccupazioni” sorgono dall’angoscia per l’assenza di una via d’uscita che sia comunitaria e non individuale-materiale.

Il cristianesimo nell’epoca della Riforma non ha favorito l’avvento del capitalismo, ma si è trasformato in capitalismo.

Sul piano metodologico si dovrebbe indagare innanzitutto quali legami il denaro abbia stretto con il mito nel corso della storia, finché non ha potuto trarre dal cristianesimo così tanti elementi mitici da costituire un proprio mito.

Guidrigildo / thesaurus delle buone opere / compenso dovuto al sacerdote. Pluto come dio della ricchezza.

Adam Müller, Reden über die Beredsamkeit, 1816, p. 56 sgg.

Connessione con il capitalismo del dogma della natura dissolutrice del sapere, che ha la capacità al contempo di redimerci e di ucciderci: il bilancio in quanto sapere che redime e che liquida.

Contribuisce a riconoscere che il capitalismo è una religione rammentare che il paganesimo originario ha dapprima compreso la religione non come un interesse “superiore” e “morale”, bensì come il più immediato interesse pratico; in altre parole, non aveva affatto chiaro, come il capitalismo odierno, la sua natura “ideale” o “trascendente”, ma vedeva piuttosto nell’individuo irreligioso o di altra confessione della sua comunità un membro indubitabile di essa, proprio nel senso in cui la borghesia di oggi considera i suoi membri che non guadagnano.

[metà 1921]

Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, vol. VI, a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser, Frankfurt a.M. 1972-1989, pp. 100-103; in Dario Gentili, Mauro Ponzi, Elettra Stimilli (a cura di), Il culto del capitale. Walter Benjamin: Capitalismo e religione, Quodlibet, Macerata 2014, pp. 9-12. Traduzione a cura del Seminario dell’Associazione Italiana Walter Benjamin (AWB).

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dinanzi alla legge

K. lo aspettò giù per le scale. Il pastore gli tese la mano già da uno dei gradini superiori durante la discesa. «Hai un po’ di tempo per me?», chiese K. «Tutto il tempo che ti serve», disse il pastore porgendo a K. la piccola lampada affinché la portasse. Anche da vicino non perdeva una certa solennità nel suo modo di fare. «Sei molto gentile con me», disse K., andavano avanti e indietro uno accanto all’altro nella buia navata laterale. «Sei un’eccezione tra tutti quelli che fanno parte del tribunale. Ho molta più fiducia in te che in uno qualsiasi di loro, per quel tanto che li conosco. Con te posso parlare apertamente.» «Non ingannarti», disse il pastore. «A che proposito dovrei ingannarmi?», chiese K. «Riguardo al tribunale tu ti inganni», disse il pastore, «negli scritti introduttivi alla Legge si parla di questo inganno: davanti alla Legge c’è un custode. Da questo custode arriva un uomo di campagna e lo prega di farlo entrare nella Legge. Ma il custode dice che al momento non gli può assicurare l’ingresso. L’uomo riflette e poi chiede se potrà allora entrare più tardi. “È possibile”, dice il custode “ma non ora”. Dal momento che il portone della Legge è aperto come sempre e che il custode si fa da parte, l’uomo si china per guardare all’interno attraverso il portone. Quando il custode se ne accorge, ride e dice: “se ti alletta tanto, prova pure ad entrare nonostante il mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo il custode di grado più basso. Sala dopo sala ci sono però custodi uno più potente dell’altro. Già solo la vista del terzo non la posso più sostenere”. L’uomo di campagna non si aspetta tali difficoltà, ma la Legge deve essere accessibile ad ognuno, pensa, ma osservando adesso meglio il custode nel suo cappotto di pelliccia, il suo grosso naso appuntito, la lunga, sottile, scura barba tartara, decide comunque che è preferibile aspettare di ottenere il permesso di entrare. Il custode gli dà uno sgabello e lo fa sedere accanto alla porta. Lì rimane seduto giorni e anni. Fa molti tentativi per essere ammesso e snerva il custode con le sue preghiere. Il custode gli fa di tanto in tanto piccoli interrogatori, gli chiede del suo paese natale e di molte altre cose, ma sono domande indifferenti, come quelle che fanno i grandi signori e alla fine gli dice sempre di nuovo che non può ancora entrare. L’uomo che si è ben fornito per il suo viaggio, adopera ogni cosa, per quanto valore avesse, per corrompere il custode. Questi, invero, accetta tutto, ma dice in merito: “lo accetto solo affinché tu non creda di avere tralasciato qualcosa”. Durante questi svariati anni l’uomo osserva il custode quasi ininterrottamente. Dimentica gli altri custodi, sembrandogli questo primo l’unico ostacolo per l’ingresso nella Legge. Durante questi primi anni maledice il caso infelice ad alta voce, in seguito, divenuto vecchio, borbotta ormai solo tra sé. Diventa puerile e poiché in quello studio del custode durato anni ha imparato a riconoscere anche le pulci nel bavero della sua pelliccia, implora persino le pulci di aiutarlo e di convincere il custode. Infine la luce degli occhi gli si indebolisce e non sa se effettivamente intorno a lui si faccia più scuro o se solo gli occhi lo ingannino. Ma proprio adesso, nel buio, egli distingue un bagliore che traluce perpetuo dal portone della Legge. A questo punto non vivrà più molto a lungo. Davanti alla morte, nella sua testa tutte le esperienze di tutto quel periodo si concentrano in una domanda che fino ad allora non aveva ancora posta al custode. Gli fa cenno, dal momento che la sua testa rigida non può più sollevarsi. Il custode si deve piegare su di lui perché la differenza di altezza è molto cambiata a danno dell’uomo. “Cos’altro vuoi sapere insomma?”, chiede il custode, “sei insaziabile”. “Poiché tutti aspirano alla Legge”, dice l’uomo, ‘‘da che dipende che in tutti questi anni nessuno all’infuori di me ha chiesto di entrare? ”. Il custode si avvede che l’uomo è proprio alla fine e per raggiungere ancora il suo udito che sta svanendo, gli strilla: “Qui nessuno poteva ottenere di entrare perché quest’ingresso era destinato solo a te. Adesso vado e lo chiudo”».

«Il custode allora ha ingannato l’uomo», disse subito K., attratto molto fortemente dal racconto. «Non essere precipitoso», disse il pastore, «non condividere una opinione estrinseca non provata. Ti ho raccontato la storia secondo la lettera dello scritto. Di inganno non si parla.» «Ma è chiaro», disse K., «e la tua prima interpretazione era completamente giusta. Il custode ha dato il messaggio risolutivo solo quando questo non poteva più aiutare l’uomo.» «Egli non venne interrogato in precedenza», disse il pastore, «rifletti inoltre sul fatto che era solo custode e come tale ha adempiuto al suo dovere.» «Perché credi che abbia fatto il suo dovere?», chiese K., «egli non l’ha fatto. Forse era suo dovere respingere tutti gli estranei, ma avrebbe dovuto far passare quest’uomo a cui era destinato quell’ingresso.» «Tu non hai abbastanza rispetto dello scritto e modifichi la storia», disse il pastore. «Riguardo al permesso di entrare nella Legge la storia contiene due importanti spiegazioni del custode, una all’inizio, una alla fine. In un luogo si dice che egli non poteva assicurargli al momento l’ingresso, nell’altro: questo ingresso era destinato solo a te. Se ci fosse una contraddizione tra queste due spiegazioni, allora avresti ragione tu e il custode avrebbe ingannato l’uomo. Ora, però, non c’è affatto contraddizione. Al contrario, la prima spiegazione rinvia alla seconda. Si potrebbe quasi dire che il custode sia andato oltre il suo dovere prospettando all’uomo una possibilità futura di accesso. A quel tempo sembra che suo dovere fosse solo di respingere l’uomo e di fatto molti interpreti dell’opera si meravigliano del fatto che il custode abbia fatto in generale quell’accenno perché egli sembra amare la precisione e attende con rigore al suo ufficio. Per molti anni non abbandona il suo posto e chiude la porta soltanto alla fine, è conscio dell’importanza del suo compito visto che dice: “io sono potente”, ha rispetto per le prescrizioni visto che dice: “sono solo il custode di grado più basso”, non è un chiacchierone perché durante i molti anni fa solo, come è detto, “domande indifferenti”, non è corrotto perché dice a proposito del dono: “lo accetto solo affinché tu non creda di aver tralasciato qualcosa”, laddove si tratta di compimento del dovere, non si fa né commuovere, né irritare perché è detto dell’uomo: “egli snerva il custode con le sue preghiere”, infine anche la sua figura esteriore indica un carattere pedante, il grosso naso appuntito, la barba tartara lunga, sottile e scura. Ci può essere un custode più fedele al dovere? Ora, però, si mescolano nel custode altri tratti essenziali che sono molto favorevoli per chi richiede il permesso di entrare e che rendono comprensibile, nondimeno, che con quell’accenno ad una possibilità futura egli possa essere andato oltre il suo dovere. Infatti è innegabile che egli sia un po’ ingenuo e perciò stesso un po’ vanitoso. Sebbene le sue dichiarazioni in merito al suo potere e in merito al potere degli altri custodi e persino in merito alla loro vista per lui insostenibile — dico, sebbene tutte queste dichiarazioni possono essere in sé giuste, tuttavia il modo in cui fa queste dichiarazioni, indica che la sua comprensione è turbata dalla ingenuità e dalla superbia. Gli interpreti dicono a questo proposito: “La giusta comprensione di una cosa e la incomprensione della stessa cosa non si escludono del tutto”. In ogni caso, però, si deve ammettere che quella ingenuità e quella superbia, per quanto forse si rivelino in misura minima, tuttavia indeboliscono la sorveglianza dell’ingresso, sono dei punti deboli nel carattere del custode. A ciò si aggiunge ancora che il custode per sua disposizione naturale sembra essere gentile, non è assolutamente sempre solo un uomo d’ufficio. Proprio a seguito dei primi sguardi egli fa lo scherzo di invitare l’uomo ad entrare nonostante il divieto esplicitamente sostenuto, poi non lo caccia via, bensì gli dà, come è detto, uno sgabello e lo fa sedere accanto al portone. La pazienza con la quale sopporta per tutti gli anni le preghiere dell’uomo, i brevi interrogatori, l’accettazione del regalo, la signorilità con cui lascia che l’uomo maledica al suo fianco l’infelice caso che ha messo lì il custode — tutto questo lascia presumere dei sentimenti di compassione. Non ogni custode avrebbe agito in questo modo. E infine egli si piega ancora ad un cenno sull’uomo per dargli occasione di un’ultima domanda. Soltanto una leggera impazienza — il custode sa già che tutto è alla fine — si manifesta nelle parole: “sei insaziabile”. Taluni vanno persino oltre in questo tipo di interpretazione e ritengono che le parole: “sei insaziabile” esprimano una specie di ammirazione amichevole che tuttavia non è esente da condiscendenza. In ogni caso la figura del custode si delinea diversa da quello che credi tu.» «Tu conosci la storia meglio di me e da più tempo», disse K. Tacquero per un po’. Quindi disse: «Tu credi allora che l’uomo non venne ingannato?». «Non mi fraintendere», disse il pastore, «io ti indico solo le opinioni che ci sono in merito. Non devi badare troppo alle opinioni. Lo scritto è invariabile e le opinioni spesso sono solo un’espressione di disperazione per questo fatto. In questo caso c’è persino un’opinione secondo la quale l’ingannato è proprio il custode.» «Questa è un’opinione spinta», disse K. «Su che si fonda?» «Il fondamento», rispose il pastore, «si poggia sull’ingenuità del custode. Si dice che egli non conosca l’interno della Legge, ma solo la via che deve sempre percorrere incessantemente davanti all’ingresso. Le idee che ha circa l’interno vengono ritenute infantili, e si suppone che egli stesso abbia timore delle cose che vuole far temere all’uomo. In effetti egli ne ha più timore dell’uomo perché questi certo non vuole nient’altro che entrare, anche quando ha sentito dei tremendi custodi che si trovano all’interno, al contrario il custode non vuole entrare, almeno non sa niente a riguardo. Altri dicono, invero, che deve essere già stato nell’interno in quanto è pur stato assunto una volta al servizio della Legge e ciò può essere avvenuto solo all’interno. A ciò si deve rispondere che poteva essere stato nominato custode con un grido dall’interno e che non poteva essere penetrato troppo all’interno perché comunque non poteva più reggere la visione già del terzo custode. Ma oltre a ciò non viene neanche riferito che egli durante gli svariati anni abbia raccontato qualche cosa dell’interno, a parte l’osservazione sui custodi. Poteva essergli vietato, ma anche del divieto non ha raccontato nulla. Da tutto questo si ricava che egli non sa niente circa l’aspetto e circa il valore dell’interno e che in merito si trova in inganno. Ma anche in merito all’uomo di campagna si deve trovare in inganno perché è sottoposto a quest’uomo e non lo sa. Che tratti l’uomo come un sottoposto si nota da molte cose che dovrebbero esserti ancora presenti alla memoria. Ma che di fatto sia lui sottoposto deve emergere altrettanto chiaramente da questa opinione. Innanzitutto il libero è superiore al vincolato. Ora, l’uomo di fatto è libero, può andare dove vuole, solo l’accesso alla Legge gli è proibito e per di più da un solo uomo, dal custode. Se si siede sullo sgabello accanto al portone e rimane lì per tutta la vita, fa ciò per sua volontà, la storia non parla di alcuna costrizione. Il custode, al contrario, è vincolato dal suo ufficio a restare al suo posto, non si può allontanare, ma secondo ogni apparenza non può neanche andare all’interno, anche se lo volesse. Oltre a ciò egli è, invero, al servizio della Legge, ma serve solo per questo ingresso, dunque anche solo per quell’uomo per il quale questo ingresso è esclusivamente destinato. Anche per questa ragione gli è sottoposto. Si deve presumere che per molti anni, per una intera vita, abbia prestato in un certo modo solo un vano servizio, perché viene detto che arriva un uomo, dunque un adulto, per questo il custode doveva aspettare a lungo prima di raggiungere il suo scopo, e certo dovette aspettare tanto a lungo quanto piacque all’uomo che giunse appunto di sua volontà. Ma anche la fine del servizio viene sancita con la fine della vita dell’uomo, dunque fino all’ultimo egli resta sottoposto a lui. E sempre viene sottolineato che di tutto questo il custode sembra non sapere niente. Ma, ciò non viene visto come qualcosa di strano perché secondo questa opinione il custode si trova in un inganno ancora più grave che rispetto al suo servizio. Alla fine parla infatti dell’ingresso e dice: “ora vado e lo chiudo”, mentre all’inizio è detto che il portone della Legge sta aperto come sempre, ma sta sempre aperto, sempre, ossia indipendentemente dalla durata della vita dell’uomo a cui è destinato, quindi non potrà chiuderlo neanche il custode. Le opinioni divergono a proposito del fatto se il custode con l’annuncio che chiuderà il portone dia solo una risposta o sottolinei il suo dovere di servizio, oppure voglia istillare nell’uomo ancora nell’ultimo istante pentimento o afflizione. Ma su questo punto molti concordano, che non potrà chiudere il portone; credono persino che, almeno alla fine, sia sottoposto all’uomo anche nel suo sapere, perché questi vede il bagliore che scaturisce dall’ingresso della Legge, mentre il custode come tale sta proprio con le spalle all’ingresso e neanche mostra con una qualche affermazione che aveva notato un mutamento». «Questo è ben fondato», disse K. che aveva ripetuto tra sé a mezza voce singoli brani della spiegazione del pastore. «È ben fondato ed anch’io credo adesso che il custode sia ingannato. Ma non per questo sono portato ad abbandonare la mia prima opinione perché in parte coincidono entrambe. È indifferente se il custode veda chiaro o venga ingannato. Io dicevo che l’uomo viene ingannato. Se il custode vede chiaro, si potrebbe dubitarne, ma il custode è ingannato allora si deve necessariamente trasporre il suo inganno sull’uomo. Il custode non è poi veramente un impostore, ma è così ingenuo che subito dovrebbe essere cacciato dal suo servizio. Devi pure pensare che l’inganno in cui si trova il custode non lo danneggia affatto, mentre all’uomo danneggia in mille modi». «Qui ti imbatti in una opinione contraria», disse il pastore. «Taluni dicono infatti che la storia non dia a nessuno il diritto di giudicare il custode. Comunque ci appaia, è un servitore della Legge, dunque appartiene alla Legge, dunque rifugge dal giudizio degli uomini. Eppoi si può anche non credere al fatto che il custode sia sottoposto all’uomo. L’essere vincolato per il suo servizio anche solo all’ingresso della Legge, è incomparabilmente di più che vivere liberi nel mondo. L’uomo giunge alla Legge, il custode è già lì. E posto al servizio della Legge, mettere in dubbio la sua dignità vuol dire mettere in dubbio la Legge». «Non sono d’accordo con questa opinione», disse K. scuotendo la testa, «perché se la si condivide, si deve prendere per vero tutto ciò che dice il custode. Ma che questo non sia possibile tu stesso l’hai sostenuto esaurientemente.» «No», disse il pastore, «non si deve prendere tutto per vero, lo si deve ritenere solo necessario.» «Opinione triste», disse K. «La menzogna elevata a regola universale».

Kafka, Il processo, cap. 9. Il racconto del custode viene pubblicato separatamente in Dinanzi alla legge, in Un medico di campagna, 1919

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il ponte

Ero rigido e freddo, ero un ponte, ero disteso sopra un abisso. Di qua stavano le punte dei piedi, di là avevo conficcate le mani, mi aggrappavo nell’argilla sgretolabile. Le falde della mia giacca sventolavano ai miei lati. Nella profondità rumoreggiava il gelido ruscello delle trote. Nessun turista si smarriva fino a quell’altezza impervia, il ponte non era ancora segnato sulle carte. – Stavo così disteso e aspettavo; dovevo aspettare. Senza crollare, nessun ponte, una volta costruito, può cessare di essere ponte.

Una volta, era verso sera, era la prima, era la millesima, non lo so, – i pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo, verso sera, nell’estate, il ruscello mormorava più cupamente, allora udii un passo d’uomo! A me, a me! – Stenditi, ponte, mettiti in posizione, travata senza ringhiera, sorreggi colui che è affidato a te. Bilancia impercettibilmente l’insicurezza del suo passo, ma se egli barcolla, fatti conoscere, e, come un dio della montagna, scaraventalo a terra.

Quello venne, mi percosse con la punta di ferro del suo bastone, poi alzò con essa le falde della mia giacca, e le sistemò su di me.

Passò la punta nei miei capelli cespugliosi, la lasciò stare dentro a lungo, forse guardandosi intorno crudelmente. Ma poi – appunto lo seguivo nel sogno per mari e per monti — mi saltò in mezzo al corpo a piedi pari. Io tremai nel violento dolore, del tutto ignaro. Chi era? Un fanciullo? Un sogno? Un bandito di strada? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per guardarlo. — Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già crollavo, crollavo e già ero lacerato e trafitto dai ciottoli aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacificamente dall’acqua impetuosa.

Kafka, Il ponte, 1917

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il silenzio delle Sirene

Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza:

Per difendersi dalle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all’albero maestro. Naturalmente qualcosa di simile avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori, eccetto quelli che le Sirene attiravano già da lontano, ma in tutto il mondo era noto che era impossibile che ciò potesse servire. Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e albero. Ma Odisseo non pensò a questo, benché forse ne avesse sentito parlare. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene, e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò incontro alle Sirene.

Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, il silenzio. Non è accaduto, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma certo non dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.

E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell’avversario, sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cera e a catene, dimenticassero affatto di cantare.

Ma Odisseo, per dir così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e che solo lui fosse protetto dall’udirle. Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene scomparvero davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.

Ma quelle – più belle che mai – si stirarono e si girarono, lasciarono agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile il riverbero dei grandi occhi di Odisseo.

Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, solo Odisseo sfuggì a loro.

Ma, a questo punto, si tramanda ancora un’appendice. Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca poteva penetrare nel suo intimo. Forse egli, benché ciò non si possa capire con l’intelletto umano, si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dei la suddetta finzione.

Kafka, Il silenzio delle sirene, 1917

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la metafora degli scacchi

Ai piedi del trono del Gran Kan s’estendeva un pavimento di maiolica. Marco Polo, informatore muto, vi sciorinava il campionario delle mercanzie riportate dai suoi viaggi ai confini dell’impero: un elmo, una conchiglia, una noce di cocco, un ventaglio. Disponendo in un certo ordine gli oggetti sulle piastrelle bianche e nere e via via spostandoli con mosse studiate, l’ambasciatore cercava di rappresentare agli occhi del monarca le vicissitudini del suo viaggio, lo stato dell’impero, le prerogative dei remoti capoluoghi.

Kublai era un attento giocatore di scacchi; seguendo i gesti di Marco osservava che certi pezzi implicavano o escludevano la vicinanza d’altri pezzi e si spostavano secondo certe linee. Trascurando la varietà di forme degli oggetti, ne definiva il modo di disporsi gli uni rispetto agli altri sul pavimento di maiolica. Pensò:”Se ogni città è come una partita a scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscerne le regole possiederò finalmente il mio impero, anche se mai riuscirò a conoscere tutte le città che contiene”.

In fondo, era inutile che Marco per parlargli delle sue città ricorresse a tante cianfrusaglie: bastava una scacchiera coi suoi pezzi dalle forme esattamente classificabili. A ogni pezzo si poteva volta a volta attribuire un significato appropriato: un cavallo poteva rappresentare tanto un vero cavallo quanto un corteo di carrozze, un esercito in marcia, un monumento equestre; e una regina poteva essere una dama affacciata al balcone, una fontana, una chiesa dalla cupola cuspidata, una pianta di mele cotogne.

Tornando dalla sua ultima missione Marco Polo trova il Kan che lo attendeva seduto davanti a una scacchiera. Con un gesto lo invitò a sedersi di fronte a lui e a descrivergli col solo aiuto degli scacchi le città che aveva visitato. Il veneziano non si perse d’animo. Gli scacchi del Gran Kan erano grandi pezzi d’avorio levigato: disponendo sulla scacchiera torri incombenti e cavalli ombrosi, addensando sciami di pedine, tracciando viali diritti o obliqui come l’incedere della regina, Marco ricreava le prospettive e gli spazi di città bianche e nere nelle notti di luna.

Al contemplarne questi paesaggi essenziali, Kublai rifletteva sull’ordine invisibile che regge le città, sulle regole cui risponde il loro sorgere e prender forma e prosperare e adattarsi alle stagioni e intristire e cadere in rovina. Alle volte gli sembrava d’essere sul punto di scoprire un sistema coerente e armonioso che sottostava alle infinite difformità e disarmonie, ma nessun modello reggeva il confronto con quello del gioco degli scacchi. Forse, anziché scervellarsi a evocare col magro ausilio dei pezzi d’avorio visioni comunque destinate all’oblio, bastava giocare una partita secondo le regole, e contemplare ogni successivo stato della scacchiera come una delle innumerevoli forme che il sistema delle forme mette insieme e distrugge.

Ormai Kublai Kan non aveva più bisogno di mandare Marco Polo in spedizioni lontane: lo tratteneva a giocare interminabili partite a scacchi. La conoscenza dell’impero era nascosta nel disegno tracciato dai salti spigolosi del cavallo, dai varchi diagonali che s’aprono alle incursioni dell’alfiere, dal passo strascicato e guardingo del re e dell’umile pedone, dalle alternative inesorabili d’ogni partita.

Il Gran Kan cercava d’immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine d’ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual’era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla…

Italo Calvino, Le città invisibili, cap. 8

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fragmenta historia

realismo tucidideo

Né siamo stati i primi a iniziare un simile comportamento, ma p sempre valso l’uso che il più debole sia tenuto a freno dal più forte; inoltre ce ne consideriamo degni e tali sembravamo a voi, fino a quando, fatto il calcolo dei vostri interessi, vi siete messi adesso ad usare il linguaggio della giustizia, che nessuno mai – quando gli si offriva l’occasione di ottenere qualcosa con la forza – ha tenuto in maggior conto sì da rinunciare al guadagno.

Tucidide, Le storie, 1.76.2 (trad. di Guido Donini)

Perciò gli Ateniesi, fatta vela per Samo con quaranta navi, vi istituirono la democrazia, presero come ostaggi cinquanta bambini di Samo e un uguale numero di uomini, e li depositarono a Lemno: lasciarono una guarnigione e si ritirarono.

Tucidide, Le storie, 1.115.3 (trad. di Guido Donini)

Ché la guerra non procede affatto secondo norme stabilite, ma da sé escogita per lo più i mezzi adatti all’occasione.

Tucidide, Le storie, 1.122.1 (trad. di Guido Donini)

E questo, anche soltanto a immaginarsi, è vergognoso per il Peloponneso, come è vergognoso che tante città siano esposte alla violenza di una. In questo fatto daremo l’impressione o che la nostra sventura sarà meritata o che la sopportiamo per viltà e che siamo peggiori dei nostri padri, i quali dettero la libertà alla Grecia mentre noi non l’assicuriamo neppure a noi stessi, ma lasciamo che una città stabilisca la sua tirannide, mentre abbiamo la pretesa di abbattere i tiranni stabiliti in ciascuna città

Tucidide, Le storie, 1.122.3 (trad. di Guido Donini)

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fragmenta poetica

la poetica, aristotele

Sembra, in generale, che la poesia tragga origine da due cause, ambedue naturali: l’istinto dell’imitazione, che è innato agli uomini fin dall’infanzia (anche in questo l’uomo si distingue dagli altri animali, in quanto è più incline all’imitazione e con essa acquista le sue prime cognizioni), e il piacere che tutti traggono dai prodotti dell’imitazione.

Una prova di ciò ci viene dall’esperienza dei fatti: anche di cose che vediamo con disgusto ci fa piacere di vedere l’imitazione eseguita con la massima esattezza, come è delle rappresentazioni delle bestie più immonde e dei cadaveri. E la ragione sta in questo, che l’apprendere è oltremodo gradito non solo ai filosofi, ma anche agli altri uomini, solo che questi ultimi partecipano della soddisfazione in una misura minore.

Aristot. Poet. 1448b

Tragedia, dunque, è l’imitazione di un’azione seria e compiuta in sé stessa, che ha una certa ampiezza ed è composta in un lunguaggio condito di ornamenti, diversamente distribuiti a seconda delle loro specie nelle varie parti di essa; imitazione che si svolge attraverso personaggi che agiscono e non narrano, e tale da produrre mediante la pietà e il terrore la catarsi di questi sentimenti.

Aristot. Poet. 1449b

L’elemento più importante [della tragedia] è la disposizione dei fatti, poiché la tragedia è imitazione non di uomini, ma di azioni e di vita: felicità e infelicità si riconducono all’azione, e il fine della vita è l’azione, e non una qualità morale. […] Quindi i fatti, cioè la favola, sono il fine della tragedia, e il fine è, di tutte le cose, l’elemento più importante.

Aristot. Poet. 1450a

Da quel che abbiamo detto, risulta manifesto anche questo: che compito del poeta è di dire non le cose accadute ma quelle che potrebbero accadere e le possibili secondo verosimiglianza e necessità. Ed infatti lo storico e il poeta non differiscono per il fatto che questo scrive in versi e quello in prosa (si potrebbero benissimo mettere in versi le Storie di Erodoto, infatti, ed esse non cesserebbero di essere storia per la circostanza di essere in versi anziché in prosa): storico e poeta differiscono perché l’uno racconta ciò che è accaduto e l’altro ciò che potrebbe accadere. E perciò la poesia è cosa più nobile e più filosofica della storia, perché la poesia tratta piuttosto dell’universale, mentre la storia del particolare. Ora, rientra nell’universale che un individuo di una certa indole faccia e dica determinate cose secondo i principi della verosimiglianza e della necessità: e a questo appunto mira la poesia, che ai personaggi i nomi li applica dopo. Invece il particolare si occupa di ciò che ha fatto o ha subìto qualcuno, Alcibiade per esempio.

Aristot. Poet. 1451b

Inoltre il poeta deve, per quanto gli è possibile, immedesimarsi negli atteggiamenti del personaggio. Infatti riescono più persuasivi i poeti che, coincidendo con l’indole del personaggio, partecipano alle sue passioni; e così sa esprimere un animo in tempesta chi ce l’ha davvero in tempesta, e rappresenta l’ira in modo più verace chi è adirato. Per questo il poetare è di colui che è ben dotato d’ingegno, o dell’entuasiasta di temperamento: quello perché di carattere plasmabile, questo perché facile al rapimento estatico. [Cfr. Orazio, Ars poetica, 101 sgg.]

Aristot. Poet. 1455a

Per quello che riguarda l’imitazione narrativa e in versi è chiaro che anche qui, come nelle tragedie, la favola deve avere una struttura compiuta, con un principio, un mezzo e una fine, affinché il poema epico, come un organismo intero e vivente, procuri quel piacere che gli è particolare.

Aristot. Poet. 1459a

Implicita condanna alla lirica:

Il poeta deve parlare in prima persona il meno possibile: infatti, così facendo non sarebbe più un imitatore.

Aristot. Poet. 1459a